martedì 19 febbraio 2013
FUGGI AMOR MIO
CANTO QUESTA STROFA PER TE AMORE MIO, CHE TU
POSSA SENTIRE ANCHE DA QUI CHE IL MIO CUORE VIVE
SOLO PER TE. IN QUESTI TEMPI SENZA RITMI E SENZA
PAUSE...TI CANTO LE MIE NOTE STONATE INTONATE DAL
VENTO PER TE. AMOR MIO FUGGI VIA E SI LIBERO DA
QUESTO SPAZIO LIMITATO CHE CONTA I NOSTRI PASSI, LE
NOSTRE ORE, I NOSTRI GIORNI CHE CI SEPARANO IN UN
VUOTO CHE NEMMENO LE PAROLE RIESCONO A RIEMPIRE.
CORRI E VA'.
(di Alessia Santopaolo).
sabato 2 febbraio 2013
UN PAGLIACCIO PAZZO
C'è un pagliaccio seduto sulla panchina della stazione che aspetta il solito treno delle 20. Dentro la sua valigia di sogni custodisce una parrucca di mille colori e un naso rosso per far divertire i bambini grandi e piccini. Nella sua mente scorrono infinite immagini. Lui artista di strada per destino, per vocazione, fare un lavoro normale sarebbe troppo banale. Il lavoro più difficile su questo mondo è far ridere, regalare senza volgarità un sorriso, un momento di gioia.
Uno, due, tre...tra pochi minuti il treno dell'allegria porterà via con sé il nostro caro amico che piange ogni volta che sulle labbra di un bambino non c'è un sorriso ma solo un velo di perplessità. Solo i folli sanno che la verità della vita sta scritta in poche parole, in pochi gesti. Il sorriso è quello più prezioso e raro da saper esprimere e donare per sempre nell'animo di chi ci sta accanto.
La felicità è come un pendolo, oscilla è impercettibile la sua presenza tanto corre e si perde nello spazio del tempo. Siam così persi nello stress di ogni giorno, che quando qualcuno ci fa ridere senza alcuna volgarità, lo riteniamo un pagliaccio pazzo da strapazzo., indicando più volte la sua buffa faccia e le sue strane scarpe. A carnevale ogni scherzo vale e solo per quei giorni tutti ci concediamo di ritornare un pò bambini, con la nostalgia delle stelle filanti e i coriandoli da buttare a dosso a chi ci piace e la voglia di sentirci folli anche noi con tutti quei colori, con cui il nostro caro pagliaccio si veste ogni giorno per andare a lavorare.
Uno, due, tre...ecco il treno con i suoi perché che porta via, nel suo andare frenetico. Il pagliaccio pazzo si addormenta nel suo viaggio che lo porterà in una nuova stazione per regalare un nuovo sorriso a chi è nomade come lui.
giovedì 31 gennaio 2013
FROM VENTANA
From ventana de una small home di periferia,
there is chi aspetta l'aurora de una new era.
El sun tra le clouds fa passare i suoi raggi solari settembrini
che ante un secondo non si vedono più.
Now Yo want tell you short pensamiento on this white foglio.
Mira oltre le nubes del tu corazòn, lì there is el sol que tù cerchi disperatamente!
Camina forever sobre your street also if you don't riesci a vedere la luz of tuoi dreams soon.
Oltre le nuvole there is SIEMPRE el sole.
Non temere!
LO STILE EPISTOLARE
Testo originale in
latino di Ovidio dalle Heroides XVIII, 1-8:
Leandro a Ero
Quam cuperem solitas, Hero, tibi ferre per undas
accipe Leandri, dum venit
ipse, manum.
Mittit Abydenus, quam mallet
ferre, salutem,
si cadat unda maris, Sesti puella, tibi.
Si mihi di faciles et sunt in amore secondi,
invitis oculis haec mea verba leges.
Sed non sunt faciles; nam cur mea vota morantur
currere me nota nec patiuntur aqua?
Traduzione
letterale:
Accogli, o Ero, la
lettera di Leandro,
che desidererei
portarti io stesso
attraverso le onde
note. Ti manda il saluto
il ragazzo di Abido,
che preferirebbe
portare di persona a
te, fanciulla di Sesto,
se si calmano le onde
del mare.
Se gli dei mi sono
propizi e favoriscono il mio amore,
leggerai queste mie
parole, anche con occhi scontenti;
ma non sono propizi.
Perché infatti mi fanno indugiare
e mi impediscono di
correre sulle ben note onde?
Traduzione
personalizzata:
Oh Ero,
desidero, mandarti
leggiadro,
l’sms di Leandro,
attraverso le onde
sonore dell’oboe,
con garbo inviartelo,
affinché io stesso
fossi gaudio nel cantartelo.
Il ragazzo di Abido,
ti manda un bacino
e su una gazzella,
vorrebbe portarti
lesto
la donzelletta di
Sesto,
su un’onda zoppa e
rotta.
Se oggi, i Postini fossero
carini
con il mio cuoricino,
leggerai questo mio
messaggino
come un topolino
imbruttito;
ma essi oggi,
non sono in servizio,
infatti è pomeriggio
e mi fanno
arrabbiare, penare,
nel non poter
ascoltare e danzare,
sulle belle note
delle onde musicali?
LO STILE EPISTOLARE II
Testo originale in latino di
Ovidio dalle Heroides III, 1-4:
Briseide ad Achille
Quam legis, a rapta Briseide lettera venit,
vix bene barbarica Graeca notata manu.
Quascumque adspicies, lacrimae fecere lituras;
sed tamen et lacrimae pondera vocis habent.
Traduzione
letterale:
La lettera che leggi
viene da Briseide che ti è stata portata via,
scritta a fatica in
greco dalla mia mano di barbara.
Furono le mie lacrime
a fare le cancellature che vedi;
ma anche le lacrime
hanno lo stesso peso delle parole.
Traduzione
personalizzata:
Caro Achille,
non te la piglià se
leggerai ste righe con fatica, in un greco maccheronico.
Chi ti scrive è
Briseide, colei che ti hanno rubato senza manco dire grazie.
Per te, ho sprecato
tante di chire lacrime, che mi fanno male gli occhi solo a pensarci…
e poi ho fatto tante
di chire cancellature, che manco io so più cosa c’è scritto.
Ma, proprio per
l’importanza e la solennità di queste parole sbiadite,
anche queste lacrime,
nell’inzuppare sta lettera come una spugna, hanno un loro peso ed elevatura;
perché ricorda chi ti
scrive è Briseide, no l’ultima arrivata.
la Sicilia e la metamorfosi che non c’è. Memi -Ciane ed il suo Incerto
(articolo del 2006 pubblicato sul giornalino Orizzonti del Liceo Classico Gioacchino da Fiore di Rende)
Memi, una donna, spinta dalla nostalgia e dal Disìo, ritorna tra la sua
gente per ritrovare nei panni della dottoressa Ciane Santelia,il suo vero Io… e come
un guerriero epico, lotta contro i tentacoli della nuova mafia siciliana.
“Non sento lo schiocco
della frusta sul dorso
bruno dei destrieri
che portano l’alba, non è
sibilo di narici
fumanti né di mitologie che mi
hanno medicata”.
Silvana Grasso nata a Macchia di Giarre
attualmente vive a Gela, dove insegna lettere classiche in
un liceo; con queste parole piene di phatos,
sentimento, calore e aulicità apre il primo capitolo del suo nuovo ed ultimo lavoro Disìo.
Da ogni lettera, del suo romanzo traspare l’autenticità e la personalità del suo modo di scrivere, che rispecchia ,senza ombre,
o peli sulla lingua, il suo carattere esplosivo e trasparente come le acque della sua amata Sicilia.
La malinconia e molti caratteri tipici della scrittrice
siciliana trovano spazio nel personaggio principale del
romanzo…Memi. Una donna che, accanto al corpo moribondo
della madre tra un flash-back e le varie battaglie
contro la mafia, rievoca le paure, l’ingenuità, i dolori,
le violenze e i visi
familiari e non, che hanno segnato la
sua infanzia tra le
grigie e spoglie mura della sua casa
popolare. Per
scappare da tali fantasmi si rifuggirà nel
Continente dove rinascerà
sotto le false spoglie della
dott.essa Ciane. Ma
la sua sicilianità sarà come
“UN TUMORE
INVISIBILE”, che come un vulcano dormiente
si risveglierà dalle
viscere e la riporterà nella usa
terra a riprendersi ciò che aveva abbandonato nei suoi
ricordi infantili, tra cui il suo vero Io.
Attraverso le note della Turandot ,la scrittrice da voce all' Anima della nuova mafia, che con moderne tecnologie muove come un burattinaio i fili socio-politici della Sicilia,che come Memi non riuscirà e non vorrà svestirsi della sua vera identità e
diversità agli occhi del Continente.
”Dilegua, o notte!
Tramontate, stelle!All’alba Vincerò! Vincerò!”
“MISERERE” OLTRE LE SBARRE DELL’INDIFFERENZA.
(articolo del 2006 pubblicato sul giornalino Orizzonti del Liceo Classico Gioacchino da Fiore di Rende)
|
Cristina Zagaria, giornalista
di nera per Repubblica, attraverso le pagine del suo ultimo romanzo“Miserere”
edito da Dario Flaccovio, ci introduce nel mondo dei carceri italiani,
dove la solitudine, il dolore fisico e psicologico vengono molte volte ignorati
da chi fuori, non sa o non vuole sapere. Armida Miserere, servitrice dello
Stato, direttrice del carcere di Sulmona,
vive e lavora a contatto con persone, che la maggior parte delle volte
non riesce ad accettare la condanna e, soprattutto, l’isolamento dal resto del
mondo e per volar via da quei pochi metri quadrati, si toglie i panni di quella
vita, ormai morta da tempo, lontana dai propri cari e da una semplice carezza.
La prigione come una ragnatela cattura ogni sentimento ed emozione. Ad essere
vittime di queste mura fredde e buie, sono anche coloro che mettono la propria
esistenza al servizio di un ambiente dove i minuti, le ore e gli anni sembra
che non scorrano mai. Rappresentanti dello Stato, come Armida Miserere, che nei
lunghi corridoi della disperazione, si sentono isolati ed abbandonati e,
insieme ai prigionieri , muoiono dentro e diventano freddi come quelle mura,
tanto difficili da evadere e da raccontare.
“Uccide ogni giorno di più,
un mondo di killer professionisti e di pettegolezzi, un mondo che può arrivare
a ucciderti, a colpi di pistola. E quando muori davvero, tutto è silenzio.”
Amore...
(articolo del 2005 pubblicato sul giornalino Orizzonti del Liceo Classico Gioacchino da Fiore di Rende)
“Sai c’è un bambino che sta in un posto che è molto lontano, lì non ci
sono città e le case son tutte ad un piano...e se lo incontrerò lo so gli
parlerò col cuore...AMORE...chissà se è
davvero il suo nome”.
Oggi dai microfoni di
un programma televisivo di Raffaella Carrà, “Amore”, si parla di un tema
sociale molto importante come il sostegno a distanza, che da ben cinque anni
vede impegnata la nostra scuola, che tra alunni, professori e bidelli è
arrivata a formare una vera e propria classe di 40 bambini, diventando un caso
primo ed unico in Italia; che grazie ai nostri contributi ,con solo 25 euro a
testa, non vivono più in strada, ma in comunità dove studiano, giocano
costruendosi ,individualmente, una vera e propria dignità e identità nei loro
paesi d’origine e tra la propria gente. Sul volto di questi bambini, c’è un
sorriso di speranza che illumina i loro occhi profondi e pieni di lacrime
amare, che bagnano purtroppo da tempo le strade e i villaggi dell’Africa,
dell’India e di tutti quei paesi del terzo-quarto mondo, che vengono distinti
sulla carta geografica anche per questa brutta piaga sociale, che porta a
riflettere e spinge molti uomini di buona volontà a dare un po’ della loro felicità e serenità a chi non ce
l’ha. Pensare a chi a bisogno non è tempo sprecato, ma molti siamo a chiudere
gli occhi di fronte alla realtà di chi dorme su cartoni o sotto ponti e sogna
su cuscini di pietra. A volte la vita nell’accanirsi contro i più deboli e
poveri porta le madri ad abbandonare i propri figli in mezzo ad una strada o di
fronte ad un portone di una chiesa, sperando che un angelo possa proteggerli
dalle intemperie del mondo, ma non sempre va così;infatti quanti orchi e bruti
esistono, che li svezzano ad uccidere e a rubare andando contro i veri valori
della vita, portandoli molte volte a vestire panni da soldato, facendogli il
lavaggio del cervello con promesse, aspettative e ideali che, forse, un giorno
li riscatteranno da tutti i mali subiti durante l’infanzia perduta. Bambini che
sono stati portati via dalle loro famiglie per andare a lavorare nelle cave o
nelle fabbriche, diventando piccoli fantasmi che lo stesso Stato non riconosce
più, perchè ormai sono troppo grandi, con mani callose e con tante rughe
d’angoscia e di rassegnazione ,che il tempo stesso malvagio, gli ha segnato sul
viso troppo presto, cancellandogli ,per sempre, la gioventù mai giunta,
costringendoli a diventare subito adulti
e curvi, dovendo sostenere sulle spalle, fragili, responsabilità e problemi vari da affrontare,
che non danno la libertà nemmeno, per un secondo, di poter piangere e avere il
diritto di provare, nell’animo, le vere paure e gioie di un bambino di 6-13 anni.
A causa di malattie come l’aids, si trovano piccole creature che non fanno in
tempo a nascere per poter vedere gli occhi delle propria madre, o la luce del
mondo; se solo con il nostro sostegno riuscissimo a procurare le medicine che
mancano, in un villaggio, sarebbe già una vita salvata in più, e una corpo da
piangere in meno. Dio dice:”Fà agli
altri, ciò che vorresti che gli altri facessero a te”. Credo che nessuno
vorrebbe trovarsi senza l’affetto e l’amore di qualcuno, che certo non potrà
mai sostituire la figura del padre e della madre naturale, ma essere un punto
di riferimento importantissimo per chi, anche se sta a mille km distante da
noi, sa sentire il profumo del nostro amore, che va oltre le barriere e i
confini materiali dell’universo, perchè è un dono unico, speciale che, non ha
bisogno di tante parole per arrivare dritto nel cuore della gente. Nel mondo
tutti siamo indispensabili e tutti abbiamo il diritto di vivere, di essere
bambini, donne e uomini, andare a scuola e lavorare, di poter abitare in un
paese, fornito di ogni servizio pubblico e sanitario, per rendere vivibile ogni
angolo del mondo, senza che la mancanza di questi diritti e doveri politici e
sociali, possa essere motivo di guerre o di migrazioni clandestine sanguinose
ed ingiuste, per chi è costretto a subirle e dover abbandonare, con il cuore
pieno di paure e speranze, i propri ricordi e cari. Adottare a distanza un
bambino è un gesto che non fa bene solo a chi lo riceve, ma anche a chi lo fa,
perché ti porta a non concentrarti solo sui tuoi problemi, quotidiani o extra,
che in qualche modo puoi risolvere, ma anche su questioni che in qualche parte
del mondo, un bambino, giornalmente le sta affrontando però ,rispetto a prima,
con coraggio e un briciolo di conforto in più, grazie anche a te che lo rendi
parte della tua famiglia, facendogli
provare ogni paura e gioia della sua vita, facendolo crescere così …come tutti
gli altri bambini del mondo.
Neve amara
UN ANNO FA DOPO I GRANDI FESTEGGIAMENTI NEL
VEDERE IL GOVERNO BERLUSCONI FARE UN PASSO
INDIETRO, CI SI ASPETTAVA UN PRESENTE MIGLIORE
. GIORNO DOPO GIORNO I SORRISI DEI FESTEGGIAMENTI,
SI SONO TRASFORMATI IN SMORFIE DI PREOCCUPAZIONI,
DOLORI, AUMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE, TAGLI
ALLA SANITA', ALL'ISTRUZIONE, DIMINUZIONE DEI
SERVIZI CON IL SOTTOFONDO DEL PUZZO DELLA
POLITICA CHE INVECE DI PORRE RIMEDIO CONTRO I
MALI DELLE MANOVRE DEI TECNICI, HANNO
ACCENTUATO LA DELUSIONE E LA DISPERAZIONE.
L'ALBA DI DOMANI COME SARà? LA MIA GENERAZIONE
SARà QUELLA CON MENO DIRITTI E PIù DOVERI. SARà
QUELLA CHE NON PUò PORSI IDEE E PROGETTI PER IL
FUTURO, MA PENSARE SOLO ALL'OGGI E AL PRESENTE.
SIAMO LA GENERAZIONE CHE NON VIENE ASCOLTATA,
CHE NON VIENE NEMMENO GUARDATA DA CHI SIEDE
SULLE POLTRONE PIù ALTE DEL POTERE. SIAMO LA
GENERAZIONE A CUI HANNO PROMESSO UN SOGNO, MA
INTORNO A ME VEDO SOLO SCENE DA INCUBO. è LA MIA
GENERAZIONE CHE HA PERSO O QUELLA DEI MIEI
GENITORI?... DOPO UN ANNO SIAMO QUI A LECCARCI LE
FERITE DI UNA CRISI CHE ANCORA DEVE SFERRARE I
SUOI COLPI PIù ATROCI. INTANTO DAL CIELO CADE NEVE
AMARA E BOMBE INTELLIGENTI CHE COLPISCONO CHI è
PRIVO DI ARMATURA.
VEDERE IL GOVERNO BERLUSCONI FARE UN PASSO
INDIETRO, CI SI ASPETTAVA UN PRESENTE MIGLIORE
. GIORNO DOPO GIORNO I SORRISI DEI FESTEGGIAMENTI,
SI SONO TRASFORMATI IN SMORFIE DI PREOCCUPAZIONI,
DOLORI, AUMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE, TAGLI
ALLA SANITA', ALL'ISTRUZIONE, DIMINUZIONE DEI
SERVIZI CON IL SOTTOFONDO DEL PUZZO DELLA
POLITICA CHE INVECE DI PORRE RIMEDIO CONTRO I
MALI DELLE MANOVRE DEI TECNICI, HANNO
ACCENTUATO LA DELUSIONE E LA DISPERAZIONE.
L'ALBA DI DOMANI COME SARà? LA MIA GENERAZIONE
SARà QUELLA CON MENO DIRITTI E PIù DOVERI. SARà
QUELLA CHE NON PUò PORSI IDEE E PROGETTI PER IL
FUTURO, MA PENSARE SOLO ALL'OGGI E AL PRESENTE.
SIAMO LA GENERAZIONE CHE NON VIENE ASCOLTATA,
CHE NON VIENE NEMMENO GUARDATA DA CHI SIEDE
SULLE POLTRONE PIù ALTE DEL POTERE. SIAMO LA
GENERAZIONE A CUI HANNO PROMESSO UN SOGNO, MA
INTORNO A ME VEDO SOLO SCENE DA INCUBO. è LA MIA
GENERAZIONE CHE HA PERSO O QUELLA DEI MIEI
GENITORI?... DOPO UN ANNO SIAMO QUI A LECCARCI LE
FERITE DI UNA CRISI CHE ANCORA DEVE SFERRARE I
SUOI COLPI PIù ATROCI. INTANTO DAL CIELO CADE NEVE
AMARA E BOMBE INTELLIGENTI CHE COLPISCONO CHI è
PRIVO DI ARMATURA.
22/11/2012
LE PAROLE
Le parole che scriverò su questo foglio bianco, tra un secondo saranno già vecchie e rilette.
Le parole rimangono incastrate tra gli spazi vuoti,
vorrebbero volar via ma non possono.
Silenzio,
c'è qualcuno che le fissa, le scruta da destra a sinistra e
da sinistra verso destra. Diventano pallide dalla vergogna, con due sole
scocche rosse in viso, passare in osservato è alquanto impossibile. Nella mente
stanno al caldo nessuno può sapere cosa stanno confabulando. I pensieri
nascondono le parole, le proteggono dietro la loro ombra. Fino a che nessuno le
porrà nero su bianco alla mercé di tutti, saranno libere di essere pensate e di
riempire gli spazi monotoni del silenzio della mente. Le parole non
stanno mai zitte. Le puoi ascoltare anche ora, mentre una dietro l'altra si
mostrano nude davanti agli occhi dei lettori.
Le parole hanno una grandissima abilità. Non sempre si
mostrano per quelle che sono nella loro trasparente ingenuità. Sanno mentire.
Le parole sono delle armi potenti, possono con pochi caratteri distruggere le
verità e le certezze fino ad allora conosciute. Possono ferire dal più potente
dittatore al più umile servitore. Non macchiano con il sangue ma con la calunnia
e l'infamia. Giocare con le parole può essere pericoloso, perché sanno come
vendicarsi. Spesso le parole non servono per spiegare tanti perché. Nel vento
si perdono come la polvere si confondono nella confusione del traffico.
I lividi sul cuore non vengono fatti con pugni o schiaffi
ma con parole violente che colpiscono senza pietà le vittime predilette. Le
parole possono essere dimenticate in un secondo o rimanere scolpite per sempre
nella memoria, dimenticarle diventa impossibile. Nel mondo vengono formulate
migliaia di parole in diverse lingue, dialetti, segni, forme. La parola può
essere scritta, parlata, cantata, letta, illustrata, baciata, arrabbiata.
04/01/2013
A mia nonna.
La sua vita sta per
finire, come se il tempo vorace volesse farle compiere il suo ultimo
compleanno, per poi svestirla di ogni sofferenza, che nemmeno può più
comunicare.
La sua bellezza di
ragazzina ora appartiene solo a quella foto in bianco e nero, che un’amante
tiene nascosta nel suo taschino per poterla ogni notte, lontano da occhi
indiscreti, contemplare ed amare posandola sopra il suo cuore. C’è chi, fuori
dalla finestra, vestito di nero, con un lume in mano e l’orologio a pendolo,
conta le sue ore, i suoi minuti…i suoi secondi di una vita arrivata al
capolinea della sua corsa, e pian piano si sta fermando tra i binari di una
vecchia locomotiva. I ricordi, come passeggeri guardano alienati, fuori dai
finestrini, quell'uomo vestito di nero. Dal passato vorrebbero ritornare nella
mente e riaggiustare, per un’ ultima volta, i propri bagagli fatti di: passi
infantili, mamma-papà, le gite al mare o in montagna, gli animali del cortile,
Roma e le sue vetrine, l’eleganza, la
moda, l’adolescenza e i suoi perché, la maturità, la vita di mamma, moglie e
nonna poco attenta e tanto impacciata. Quei bagagli pieni di sorrisi, abbracci,
liti, rabbie e… pianti in solitudine contro una vita, forse, un po’amara,
difficile d’accettare e da prendere con serenità.
“Ci vuole tutta
la vita per imparare a vivere, ma anche tutta vita per imparare a morire”.C’è
chi , a volte, non riesce neanche a capire determinate cose e ad amare la vita
e di conseguenza a rispettare la morte. L’inizio e la fine fanno parte di chi
sa d’esistere, e sa che dovrà ,prima o
poi, vedere in faccia il suo destino e la sua ultima sosta in una stazione,
dove tutti ci ritroveremo un giorno.
29/11/2006
IL VENTO DEL NORD
(breve racconto del 2003)
Questa
storia narra di un paese del Sud del mondo dove, sull'altura di un monte
superbo e sovrano di tutti i campi di grano, la gente viveva una vita agiata,
serena, piena di ricchezze. Qui le case e i giardini incantati ogni giorno
venivano baciati dal sole, che con i suoi raggi giovani e caldi illuminava i
visi delle persone come una carezza. In cielo le rondini cantavano allegre,
spensierate…si poteva udire il battito delle loro ali, sorvolare con grazia i campi
di grano, dove i contadini lavoravano con il sorriso sulle labbra e le loro
fatiche venivano ricompensate con lauti guadagni. Le strade di questo paese,
che battezzeremo con il nome di “Felice”, erano sempre ornate di fiori colorati
e prati verdi, in cui le farfalle tra i papaveri rossi amavano “ballare” ed il
gregge, di un pastorello, pascolare, mangiare quell'erba fresca ed appisolare
sotto una grande quercia, quando il sole ardeva a mezzogiorno. La rugiada,
cadendo, durante la notte rendeva il bosco attorno al paese, alle prime luci
dell’alba, misterioso e incantato.
I
nobili godevano di ville bellissime, in cui avvenivano feste sontuose e tutta
la comunità poteva farne parte: non importava che vestiti indossasse un
contadino o un artigiano, per ballare tutti potevano accedere purché avessero come
documento di riconoscimento il sorriso e l’umiltà che distinguevano un abitante
di Felice da un altro. Tutti erano amici e si rispettavano come fratelli; la
cosa che contava era la felicità e chi era triste e non accettava quella
“strana” comunità veniva isolato.
Come
ogni paese importante e dignitoso Felice aveva la sua famiglia predominante,
rispetto alle altre. Questa era capeggiata da Carlo Vivo. Lui abitava in una
delle ville più belle di Felice; era un uomo estroso, che con un look giovanile
nascondeva i suoi 40 anni, vissuti con gioia, spensieratezza, amore e passione
per tutto ciò che vedeva e credeva, il suo cognome rispecchiava veramente la
sua voglia di vivere, di non voler cadere mai nella morte mentale e nella
cattiveria. I capelli erano brizzolati e sul capo non si faceva mai mancare un
cappello, che a seconda della giornata cambiava colore e foggia, gli occhi
erano azzurri ed il viso era pacioccone e simpatico; dovunque andasse chi lo
fermava non temeva il suo nome, ma amava ascoltare i suoi motti allegri e come
un attore comico, riusciva ad accendere sulle labbra della gente un sorriso.
Carlo poteva vantarsi di una bella e dolce moglie, Serenella, una donna
sofisticata e leggiadra che con i suoi occhi verdi ed i capelli neri poteva far
invidia a chiunque. Ma della sua bellezza nessuno dava peso e tutte le donne
del paese rispettavano, amavano e porgevano le loro braccia buone a Serenella
che con la sua voce cristallina e lo sguardo vivace cantava con armonia nel
coro della Chiesa ogni domenica e festività, tutti restavano incantati ad
ammirarla. Le campane suonavano frenetiche a mezzogiorno e quel segnale stava a
ricordare la parte più bella della giornata, il pranzo. Le nonne e le zie
allestivano le tavole con tante vivande, che emanavano con i loro profumi,
piacere e voglia di brindare alla famiglia e a Dio. Naturalmente il pomeriggio
i ragazzini si riunivano nella piazza principale del paese, dove i più piccoli
giocavano a calcio o a nascondino. I più grandi si scambiavano battute,
sorrisi, sguardi, abbracci…baci; questo quadretto perfetto veniva incorniciato
da musiche, balli, canti; c’era chi si sfidava a correre con le bici e a vedere
chi sarebbe stato il leader della settimana. Chi vinceva, all'ultimo, pagava da
bere a tutti, doveva aiutare le povere vecchiette a portare la spesa, lavorare
più del dovuto nei campi; insomma, far valere le proprie capacità ed umiltà nel
dare una mano agli altri, mettere in gioco tutte le carte di solidarietà e colui
che faceva ciò veniva ricambiato con il rispetto e l’amicizia (solo così poteva
definirsi leader dell’umiltà e della felicità) invece, chi vinceva e si
rifiutava di sacrificarsi per gli altri veniva isolato per un bel po’ di tempo
da tutti. Le ragazze amavano vedere i loro coetanei sfidarsi, ma preferivano
divertirsi diversamente: passeggiare per le viuzze del paese, scrutare le
vetrine dei negozi, con occhi attenti, a guardare i prezzi degli abiti più
eleganti ed estivi della moda del tempo. Le ragazze si dilettavano a cucire a
mano stole e sublimi capellini, con grazia e professionalità. Tutte, dopo la
scuola, aiutavano le madri, sperando all'ultimo di poter ottenere il permesso
per uscire la sera con le amiche o i ragazzi.
La
luna, durante le sere estive era tonda e, con sospettoso silenzio, vegliava fra
le nuvole il mercato che ogni sera rallegrava il paese e attirava fuori dalle
case e dalle feste tutti gli abitanti, alla ricerca dei frutti freschi della
stagione come le albicocche, le pesche…ma anche per riempire le tasche di
dolciumi ed oggettini artigianali per regalarli ai propri cari. Ogni anno,
stagione e mese, Felice ed i suoi abitanti continuarono a vivere serenamente ed
il loro benessere era invidiato da chi abitava sugli altri monti, che non
capiva dove e come riuscivano a trarre fuori tutta quella felicità ed amore.
In
una notte d’inverno, quando tutti stavano dormendo e sognando la neve, che
soffice era caduta per tutta la giornata rendendo il paese incantato e
fiabesco, alle porte di Felice incominciò a farsi avanti un personaggio
sconosciuto; e ancora per pochi secondi ignoto agli abitanti…il Vento.
Il
vento con il suo mantello trasparente avvolse le case. Con le sue catene ai
piedi si trascinava disperato per le strade e le campagne, facendo fluttuare
nell'aria la polvere e le foglie che sembravano danzare un ballo frenetico e
folcloristico al ritmo delle folate e del canto stridulo, profondo e tetro. Il
vento con le sue catene, simile ad un fantasma senza tregua e pace, sbatteva
contro ogni cosa che gli venisse incontro. Le finestre di tutto il paese si
accesero in contemporanea. alcune persone si alzarono di colpo e spinti dalla
curiosità andarono ad udire meglio quello strano essere, che aveva tolto il
sonno sereno agli abitanti e a sua volta aveva frantumato quella “strana”
tranquillità, che regnava da sempre su Felice. I bambini, impauriti, si
rifugiarono fra le lenzuola dei genitori, cercando di ritrovare la via dei
sogni innocenti e fantastici, che quella notte avevano aggiunto, ai vari colori
dell’allegria, le sfumature nere, grigie ed opache della paura. Il cielo
incominciò a farsi più scuro del dovuto, sembrava che il vento con i suoi soffi
avesse spento anche le stelle e la luna nel firmamento, dove presero posto
grandi nuvole cariche di pioggia, lampi accecanti e tuoni, che fecero
spaventare anche gli animali nelle stalle. Dopo pochi secondi la pioggia
aumentò e si crearono varie pozze d’acqua sull'asfalto rovinato. Gli uomini
coraggiosi uscirono dalle loro calde case e, ben coperti, andarono nelle
campagne a vedere se il vento fosse passato anche di lì. Giunti con le torce in
mano, chi a piedi chi in bici, videro tutto il raccolto distrutto; i visi dei
contadini parlavano da soli e a bagnare i loro occhi non era solo la pioggia, che
imperterrita stava cadendo, ma anche le lacrime amare e dolorose del pianto
silenzioso. Anche i nobili non riuscirono a chiudere occhio quella notte e le
varie notti successive a quella tempesta, che non diede speranze di poter
vedere i raggi del sole e di poter udire il bel canto degli uccelli. I
contadini, i nobili e tutta la comunità, coperta da lenzuoli o da ombrelli, si
riunì qualche giorno più tardi, nella piazza centrale e un esperto di
meteorologia, ma anche storico, venuto da un paese non lontano dal loro,
comunicò che quel vento era un avvenimento speciale, che ogni millennio, nella
prima settimana di dicembre, si scatenava contro Felice. Il meteorologo parlò a
lungo e disse che dietro a questa vicenda climatica c’erano tante leggende.
Raccontò di una bambina, che proprio a Felice, dopo una giornata ventosa, venne
trovata abbandonata vicino alle scale di una villa di una nobile famiglia.
Questa adottò la piccola trovatella e le diede il nome di Anna. Quel paese, che
era sempre stato felice di nome e di fatto, incominciò ad essere infelice e
triste. Quella bambina crebbe col passare del tempo e i suoi occhi neri
incutevano disagio a chiunque la guardasse. Anna, infatti, non conobbe mai il
significato dell’amore, dell’amicizia, della fede…dell’umiltà, ma approfittò
della sua figura malefica rendendo succubi, della sua cattiveria, tutti coloro che volevano essere gentili con
lei. Visse di solitudine fino a quando una sera di dicembre morì e proprio in
quella notte un vento minaccioso, freddo, risuonò tra i vicoli del paese. Si
crede che questo vento, che ogni millennio ritorna a Felice sia l’anima tetra,
ostile ed infelice di quella bimba bruna, venuta dal nord che ritorna per far
svegliare la paura nelle anime innocenti ed allegre degli abitanti, e come
giunge se ne va da Felice con il vento, suo unico amico.
Lo
storico, ad un certo punto, venne interrotto da un ragazzo che gli
chiese-:”Signore ma come fate a conoscere questa leggenda, legata al mio
paese?”-E lo storico-meteorologo rispose-:” Una volta anche i miei avi
abitavano a Felice, e quel vento io lo interpreto non solo come l’anima
infelice di Anna e della sua leggenda ignota, ma come la disperazione, la fame,
la carestia, la morte ed il dolore che hanno costretto i miei avi a
scappare,tanto tempo fa, dal Sud, da questa piena d’amore, a causa di una
guerra. Dove il male è riuscito a predominare sul bene, calpestando con
brutalità i sogni e le speranze di chi credeva nella pace e nella parola, non
nelle armi e nel sangue, che hanno distrutto e bagnato il loro ed il vostro
paese troppo perfetto per poter essere accettato e amato dal resto del mondo,
invidioso ed imperfetto basato sulla cattiveria, la violenza contro i più
deboli. Lo so, conoscere la verità fa male, anche io soffrì quando mia nonna mi
raccontò di ciò che avevano subito, per salvare la felicità e la libertà .
Prima di questo vento, che vi ha sorpreso l’altra notte, non conoscevate la
storia delle vostre radici, perché vivevate nella bambagia, in una sfera serena dove vi siete sempre distinti. Ora
ancor di più, forse grazie anche al vento del nord che vi ha svegliati, dovete
coltivare, amare, rispettare, crescere e morire in ciò che credete senza aver
paura del giudizio degli altri e di chi discrimina i vostri ideali, perché
vorrà dire che coloro, nel non apprezzare la felicità, saranno figli del vento
e della guerra”.
La
comunità ascoltava ammutolita quell'uomo che, dopo aver parlato così tanto,
sorrise a tutti e lasciò la piazza. Ad un tratto la pioggia cessò di cadere e
un bambino, con i suoi occhietti ancora stupiti dalle parole di quel signore,
alzò lo sguardo e vide come un miracolo il sole intimorito, che faceva capolino
da una nuvoletta sola nell'immenso azzurro del cielo che venne illuminato dai
raggi e dai sorrisi caldi degli abitanti di Felice.
Il
vento volto nel suo mantello e con le sue catene era scomparso. Nel silenzio le
persone, guardando verso occidente il monte più lontano, immaginavano il Vento
del Nord che con il suo destriero se ne andava per nuove avventure, salutando
con la mano e celando nell'anima la sua sconfitta e la voglia di ritornare a
visitare tra un millennio quel paese magico, ancor più solare, allegro e Felice
di sempre.
Dopo
aver lanciato un urlo di felicità, la gente si ricongiunse all'armonia che era
stata rotta da quel mal tempo.
Quel
ragazzo, che pose la domanda allo storico, da quel giorno si arricchì
maggiormente; infatti, mentre gli altri erano con il naso all'insù, vide
quell'uomo incamminarsi verso le porte del paese e, come il vento, scomparve per
magia dalla sua visuale. Però, prima di svanire del tutto, sorrise a quel
ragazzo, che nel vedere quel gesto capì che chi aveva parlato per ore al centro
della piazza e che aveva aperto gli occhi alla gente di Felice, per non cadere
nella disperazione, era stata la Speranza. Da allora quel ragazzo non la perse mai.
IERI ED OGGI

È il 24 di dicembre
del 1910, il gallo come un orologio svizzero canta dall'alto della sua
fattoria, il risveglio della campagna calabrese, che come un bambino immerso
nei suoi sogni, riabbraccia la realtà della quotidianità riaprendo gli occhi,
ancora per un po’ sotto le coperte calde della notte. La luce del sole, come
una carezza, si poggia sulle guance della gente per annunciar loro soavemente
l’inizio di un nuovo giorno. Le mamme da buone mattiniere preparano la
colazione ai figli, fatta di latte caldo appena munto dalla mucca dal pastore,
che con un po’di pane e miele riscalda l’anima e le mani gelate dal freddo che,
trapela dagli infissi delle finestre munite solo da semplici imposte. I padri
addosso ad un mulo, con in testa un cappello scuro, vanno a comprare la legna
dal boscaiolo più vicino per assicurare, cibo e mani calde alle proprie
famiglie, la sera al loro ritorno. Le giovani donne intonando una dolce
canzone, con il fazzoletto in testa si apprestano insieme alle madri ad andare
al fiume a lavare a mano le lenzuola e gli abiti sporchi per poi recarsi a
raccogliere le olive, le noci, le arance… gli odori e i colori della campagna da portare a casa o da regalare
ai vicini e ai parenti come dono d’affetto sincero. A mezzogiorno, il canto del
gallo risuona di nuovo dall’alto, per invitare la gente ad andare nelle piazze
e nei mercati dove possono trovare: stoffe, prodotti di stagione, le uova e gli
animali da fattoria.
I giovani e gli
adulti, invece, si preparano a brindare e a suonare la fisarmonica, dopo aver
ammazzato il maiale e quindi dopo aver assicurato provviste per l’inverno e per gli eventi dell’anno, tra cui
anche le domeniche, da festeggiare in famiglia. Nel pomeriggio
il sole circondato da
nuvole passeggere, come un buon forno fa lievitare il pane appena impastato
dalle nonne, che con le loro mani morbide e sagge danno forma ed anima ai dolci
canditi di zucchero a velo, cioccolata, crema, miele e castagne… creando
leccornie di prima qualità, dove il segreto per renderle così speciali è:
l’amore, che difficilmente si può spiegare a parole, ma è una sensazione che
non se ne va via solo all’ultimo boccone del pezzo di torta, ma rimane vivo, il
ricordo del suo profumo, nell’olfatto e nel cuore di chi lo assaggia. La sera
la gente si sveste dei panni quotidiani per sfoggiare quelli natalizi, che come
le stoviglie e gli addobbi, vengono
tirati fuori dagli armadi una volta all’anno per celebrare la nascita di
Gesù. La sera le case risplendono dei sorrisi, degli abbracci, dei balli e
delle canzoni che i parenti, tra un brindisi ed un altro del vino d’annata,
fanno intorno ad una tavolata dove c’è chi piange di gioia per il troppo ridere
e c’è chi si dispera a carte tra una vittoria ed una sconfitta. Non importa se
all’ultimo non si scartano i regali quello che conta: a giovani , donne ed
anziani è di stare insieme il più possibile, passando la serata al ritmo di
musiche e storie vere o inventate che i nonni, da gran maestri di vita, raccontano con voce
impostata, ai bambini che incuriositi ascoltano in silenzio, mentre fuori la
porta la notte,incantata dall’atmosfera natalizia, aspetta che scocchi la
mezzanotte per sentire il suono delle campane che invitano le persone a messa.
È il 24 di dicembre
del 2005, il sole si alza dai grattacieli per annunciare al ritmo di rock
en’blues il giorno più caotico e bello dell’anno. I ragazzi dormono fino a
tardi e nei loro sogni immaginano chi sa che cosa mamma e papà abbiano posto
sotto l’albero per loro. Naturalmente c’è chi come i bambini che si alzano
presto per scrutare dalle finestre delle loro stanze qualche traccia della
slitta con le renne sul manto innevato del campetto di calcio, sperando e
pregando che la loro letterina sia arrivata in tempo a Babbo Natale. Le mamme
si alzano da buone mattiniere, ma lasciano tutto pronto e confezionato per
colazione ai figli dormiglioni, per correre a comprare pesce fresco, panettoni,
dolciumi, e qualche altro regalo all’ultimo secondo. I padri vanno a comprare
il giornale, lo spumante, la carne, il biglietto della lotteria e l’ultimo cd
con tutte le canzoni natalizie. Le strade della città sono colme di persone,
che per la fretta lasciano la macchina in doppia fila e corrono sfrenati dal
parrucchiere o ad acquistare il vestito firmato da indossare la sera
dell’ultimo dell’anno pagandolo a metà prezzo, così da far invidia ad amici e
parenti nell’andare a mangiare tutti insieme al ristorante, evitando così
stress da cucina, ma ansiosi di accogliere lo scoccare del nuovo anno con uno
strepitoso trenino con cappellino e coriandoli in testa. La sera di natale non
può mancare l’albero che con le sue luci profane si affiancano a quelle sacre
del presepe posto vicino al camino, dove sono appese le calze della befana che
stanno in attesa di essere riempite di
dolci o carbone. Dopo mangiato, le persone si dilettano a scartare con euforia
i regali voluti, sperati o accettati per
forza, anche se in verità non era quello che volevano e forse l’anno prossimo
finiranno sotto un nuovo albero di Natale per essere riciclati. A mezzanotte
dai balconi la gente incantata dai colori dei fuochi d’artificio, tra un bacio
ed un augurio, scruta dall’alto la stella cometa, che nonostante la sua età,
riesce con la sua luce a far sognare grandi e piccini come 2005 anni fa. Come
il 24 di dicembre del 1910 le campane
delle chiese suonano per invitare la gente di fede ad andare a messa ad
accogliere la venuta di Gesù Cristo tra noi mortali, che come una magia, ferma
ogni cosa e porta tutti quanti a riflettere sul vero senso del Natale…che non è
l’odio ma L’AMORE, che non è il caos ma la PACE.
AUGURI
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